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Tutto quello che dovete sapere sugli squali.

L'universo degli squali raccontato da Francesca Miccoli.

Per ogni subacqueo l’incontro con uno squalo è sempre emozionante ed unico, poco importa se sia la prima o la milionesima volta che succede. Lo squalo è  fascino, adrenalina, timore a pochi metri di distanza e, per quanto si possa essere esperti, l’idea dello squalo porta sempre con sè un bagaglio di leggendario, quasi mitologico.

Per quanto possiamo essere esperti nella pratica della subacquea davvero possiamo dire di conoscere gli squali? Di saperli differenziare? Di saperci relazionare con loro quando siamo nel loro habitat, di saperci proteggere e, con egual valore, di saperli rispettare?

Francesca Miccoli, voce di rilievo nel panorama subacqueo, ce ne parla e ci racconta tutto quello che c’è da sapere, per poter unire alla passione anche la consapevolezza di ciò che di straordinario ci capita di vivere là sotto.

Ciao a tutti,

oggi affrontiamo un argomento spesso controverso. Vi racconteremo un po’ di cose sugli squali. Illustreremo in breve la loro evoluzione, come sono arrivati più e meglio di altri animali ai giorni d’oggi, come si distinguono, dove vivono e cosa mangiano (tendenzialmente NON noi) e cosa fare per un’interazione sana e naturale.

Facciamo un bel salto indietro nel tempo: spostiamo le lancette a 400 milioni di anni fa, nel periodo cosiddetto Devoniano. Nientepopodimenoché a quest’era risale il primo pesce cartilagineo documentato da resti stratificati datati circa 370 milioni di anni.

Detto così potrebbe lasciarvi indifferenti, quest’informazione, ma per darle un po’ di corpo e materia considerate che i primi dinosauri sono comparsi nel Triassico (superiore!), vale a dire 230 milioni di anni fa.

Prima conclusione cui voi lettori arguti giungerete: “Caspiterina! Gli squali sono arrivati prima e non si sono neppure estinti come quegli sfigati di dinosauri!” Forte, no?

La spiegazione scientifica e soprattutto univoca non l’abbiamo. Ma tutti gli indizi tendono a suggerire come merito di questa sopravvivenza la grande capacità, quasi proteiforme, degli squali di modificare le loro caratteristiche col mutare del pianeta. Sono sopravvissuti in sostanza a cinque (C I N Q U E!) estinzioni di massa, che si sono portate via dinosauri, appunto e altri animali presenti sul pianeta fino al secolo scorso. C’è del prodigio, in tutto ciò? Più semplicemente una precisione evolutiva pazzesca. Poche mutazioni ma essenziali che li hanno resi resistenti ai vari cambiamenti climatici col passare del tempo, alle variazioni geomorfiche del pianeta e conseguenti caratteristiche dei mari e degli oceani. Si sono adattati chi al fondo, chi al buio, chi alla luce, chi alle profondità, chi al freddo, chi al caldo. Vediamo come.

Come saprete, e se non lo sapete ve lo diciamo noi, il mare si divide per comodità di chi lo studia, in diverse aree: senza starvi a fare una lectio magistralis che non è la sede né il nostro intento, distinguiamole in due grandi zone. La zona bentonica (dal greco βένθος, bènthos, abisso) è quella inerente il fondale, e interessa tutti gli organismi legati al substrato solido o al fondo, appunto. La zona pelagica (stessa etimologia greca, πέλαγος, pèlagos, mare aperto) riguarda invece tutti gli organismi che si organizzano per la sussistenza in acque libere.

Non tutti gli squali amano gli abissi, non tutti gli squali vivono in acque lontane dalla costa.

Esistono squali bentonici e squali pelagici. Quelli che hanno sviluppato la loro esistenza sul fondo hanno la bocca posizionata in maniera tale da riuscire a suggere il nutrimento dal fondo, per ghermire granchi, pesciolini mimetizzati nella sabbia e così via. Non solo la bocca ha subito questa mutazione, ma anche la dentizione, in conseguenza. A differenza dei grandi denti di squalo cui tutti immediatamente volgiamo la mente d’istinto (magari smettiamo di comprarli dai negozietti di souvenir, così non ne alimentiamo il commercio), gli squali bentonici presentano denti di forma e funzioni completamente diverse. Invece che seghettati e appuntiti saranno più massicci e piatti. Per intenderci: una sfilza di canini nei pelagici, contro una sfilza di molari nei bentonici. Con denti simili sarà più facile aprire il carapace di un crostaceo, demolendone la corazza per gustarne la polpa.

Di contro, gli esemplari pelagici avranno bisogno di denti acuminati e super performanti per catturare prima e sventrare poi i veloci pesci pelagici che, tutt’altro che sedentari, tenteranno ogni manovra pur di sfuggire al predatore. Che la vittima designata sia un rapido tonno o uno sgusciante leone marino, sarà bene che i denti con i quali il poveretto viene in contatto siano in grado di perforarne la carne, e farla a brandelli tirando, invece che schiacciarla come fosse una noce. Non è tutto perfettamente logico? La natura è sensazionale.

Gli squali bentonici si distinguono piuttosto facilmente dai pelagici anche senza necessariamente far loro un’ortopanoramica (che, detto fra noi, le mani in bocca anche a un gattuccio, chi mai le metterebbe?): il corpo non è quello a forma di proiettile, scattante tanto nel nuoto veloce che nei repentini cambi di direzione dei loro cugini pelagici. Sempre affusolato e dalla classica forma a aereo che gli conosciamo (gli aerei sono stati modellati sulla silhouette degli squali, lo sapevate?), ma col ventre più piatto, per favorirne la sosta sul fondo. Anche il sistema respiratorio è lievemente diverso. Lo squalo pelagico necessita di costante ingresso di acqua nelle branchie, per incamerare ossigeno, e questo lo raggiunge tramite un moto perpetuo di nuoto costante. Il collega bentonico riesce a respirare anche da fermo, risucchiando l’acqua circostante dalle branchie.

Quindi, siamo già abbastanza informati da capire che gli squali bentonici sono fondamentalmente innocui. Anche solo per manifesta incapacità di strapparci una mano con i denti. Benché, ripetiamo, sia sempre l’idea più cretina del mondo ficcare la mano in bocca a un animale, sia di terra che di cielo che di mare. Teniamole in tasca, le mani! Gli squali bentonici che possiamo incontrare in giro per il mondo sono: lo squalo nutrice, lo squalo wobbegong (tappeto, in italiano), lo squalo pinnabianca, lo squalo leopardo (zebra, tecnicamente), il gattuccio. Di tutti questi, nelle nostre acque sono essenzialmente presenti in gran copia solo i gattucci.

Gli squali pelagici sono quelli che destano più allarmismo invece, a livello di miti e leggende metropolitane e diremmo anche marine, a questo punto: gli squali grigi di barriera, gli squali pinna nera, gli squali punte argentee, gli squali martello, gli squali seta, gli squali longimano, gli squali limone, gli squali mako, gli squali blu (verdesche), gli squali tigre, gli squali bianchi. Nei nostri mari si avvistano spesso verdesche, qualche mako (specialmente al largo del Mar Ligure), ogni tanto si hanno notizie di bianchi.

Ora. Nessuno di questi squali, ripetete in coro, è di per se stesso pericoloso per l’uomo. Nessun animale in natura attacca per il gusto di essere crudele o se non provocato. Una volta che abbiamo fatto nostra questa nozione nel profondo, dobbiamo solo considerare come ci poniamo nell’interazione con questi animali.

Regola d’oro. L’interazione si compone al 50% di come ti comporti tu, e al 50% di come mi comporto io. Cosa significa questo? Che se noi per parte nostra saremo attenti e terremo una condotta corretta, rilassata e non minacciosa, dall’altra parte lo squalo non si sentirà a disagio e non ci reputerà un pericolo per il suo pasto, un concorrente nel suo territorio di caccia, di seduzione o quel che sia.

Ricordatevi sempre che lo squalo NON è un mammifero, quindi non ha alcun interesse a proteggere la prole come al contrario un delfino, un’orca o una balena. La prole, anzi, una volta partorita, prende la sua strada e tanti saluti a tutti. Al contrario, però, lo squalo è bene attento a proteggere il suo pasto programmato, e se dovessimo trovarci in mezzo a una scena di caccia, con la nostra dimensione comunque ragguardevole (da testa a pinne superiamo quasi sempre i due metri), possiamo essere percepiti come un grosso predatore.

Ma realisticamente, quando potremmo trovarci mai in situazioni analoghe? In Sud Africa a fare un’allegra sguazzata nelle torbide e mossissime acque del freddo Atlantico? Non ci sembra un’ideona. In Florida surfando? Già più probabile, in quel caso ci si affida anche molto al vigile pattugliamento dei rangers delle spiagge. Nelle calde acque del Mar Rosso in gita con l’azienda? Anche qui, occhio alla penna e guardarsi sempre intorno.

In linea di massima fra Rimini e Capri non dovremmo rischiare troppo, cari Amici.

Con le bombole sott’acqua è un altro paio di maniche. Intanto ricordatevi sempre che con l’attrezzatura addosso siamo molto più grossi di uno squalo standard -evitando di considerare bianchi o mostri vari. Il nostro erogatore emette bolle rumorosissime che alle orecchie dei pesci hanno lo stesso impatto di un jumbo che sfreccia sulle nostre teste. Quindi non siamo mai avvicinati volentieri da alcuna creatura marina, avrete avuto modo di notare.

Nella remota ipotesi che uno squalo più curioso degli altri (qualche specie c’è, poi ve le elencheremo) si avvicini per darvi un’annusatina, niente panico. Abbandonate ogni velleità di trim e posizione: mettetevi eretti. Fate, cioè, bella mostra della vostra stazza. Lo squalo si avvicina perché vuole intimidirvi e scacciarvi dal suo territorio. Obbedirete al suo invito comunque, ma non prima di avergli fatto vedere che siete più grossi di lui e non temete il suo bullismo acquatico da due lire. Non dategli mai le spalle, se vi gira intorno, ruotate con lui: contatto visivo sempre. Non scappate, ovviamente, voltandogli le spalle, e neanche cercate di nuotare all’indietro: la pinna fluttuante può essere molto invitante e sembrare financo appetibile!

Se si avvicina troppo muovete l’acqua in direzione delle sue branchie. Questo di solito agisce come deterrente: immaginate di ricevere un getto di aria sul viso. Scuotereste la testa e indietreggereste. Il principio e lo scopo sono i medesimi.

Se neanche questo bastasse, tenete pronti all’uso una torcia, o la macchina fotografica, o il bastone da selfie della videocamera, per batterglielo gentilmente sul muso in corrispondenza delle ampolle del Lorenzini -cavità gelatinose tipo pori dermici presenti sulla parte prominente del muso di tutti gli squali. Questo manderà in tilt il sistema ricettivo elettrico dello squalo confondendolo e allontanandolo.

Da quali squali possiamo aspettarci un comportamento simile, per cui saremo più attenti in loro presenza per non farci cogliere di sorpresa?

Gli squali famosi per la loro assoluta mancanza di timidezza, al contrario una bella faccia tosta e invadenza sono per lo più il longimano, il mako e il seta. Parliamo di squali che tipicamente potremmo incontrare in immersione in acque libere, in mete di viaggio facilmente raggiungibili e accessibili a tutti.

Gli altri squali ultra feroci che ci sono stati dati in pasto da novelle grafiche, kolossal e racconti sensazionalistici quali il bianco e il tigre, tanto per cominciare, non sono così inclini ad avvicinarsi a un subacqueo rumoroso e puzzolente di gomma, deodorante, crema solare. Secondo poi vivono in ambienti dove o è proibito fare le immersioni, o è estremamente raro incontrarli senza supporto e assistenza di comportamentalisti e etologi.

In conclusione, Amici carissimi: gli squali non sono mostri assassini. Sono, sì, perfette creature venatorie sottomarine, prodotto di un’evoluzione impeccabile. Ma la loro attività venatoria non si estrinseca nella caccia all’uomo. Siamo anche troppo magri e poco nutrienti per loro. Sfatiamo il mito che lo squalo è un essere pazzoide e bipolare che si sveglia la mattina e si reca nuotando sinuoso verso la spiaggia a far incetta di tenerelle e appetitose carni di bambini. Sono creature incredibili e sono soprattutto il termometro di un mare sano. Sono coloro che tengono a bada la demografia dell’habitat marino o oceanico, non consentono alle altre specie di proliferare troppo, prendendo il sopravvento sulle altre, fungono da spazzini di carcasse tossiche, e tanto altro ancora. Sterminarli per paura -oltre che per stupide e non scientificamente comprovate superstizioni, secondo cui le loro pinne conferiscono potenza sessuale o chissà cosa- è un gesto di insensata follia suicida. Se togliamo il super predatore, l’animale al vertice della catena alimentare marina, piano piano tutta la piramide si sgretolerà. E se venisse giù quella piramide, alla fine crollerebbe anche la nostra, lì di fianco.

Un grazie infinite alla nostra contributor di oggi, Francesca Miccoli.

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"Quando sono in fondo al Mare io trovo la mia pace lontano dall'umanità avvelenata...Ho trovato il mio mondo, dove posso dimenticare di essere ancorato alla terra...Laggiù, fantastiche chimere, le illusioni più strane, si affollano nella mia mente; laggiù, nel mondo della pace e del silenzio, io sono felice (Duilio Marcante)

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